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Every human has rights
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18 April 2026

Uno "strano incentivo" per il rimpatrio volontario assistito.

Certe notizie non chiedono di essere commentate: chiedono di essere rilette due volte, giusto per essere sicuri di aver capito bene.

Nel grande teatro delle politiche migratorie europee, arriva una novità che sembra uscita da una sceneggiatura satirica: il compenso agli avvocati che “aiutano” i migranti a scegliere la via del rimpatrio assistito. Sì, avete letto bene. Non più soltanto difensori dei diritti, ma anche – con una certa elasticità semantica – facilitatori del ritorno a casa.

Tradizionalmente, l’avvocato è colui che difende, tutela, insiste, resiste. Una figura che, almeno nell’immaginario collettivo, si batte per ampliare le possibilità del proprio assistito, non per restringerle con elegante pragmatismo. E invece eccoci qui: il legale che, con la stessa professionalità, potrebbe trovarsi a illustrare tutte le opzioni… sottolineandone una in particolare, guarda caso quella che prevede anche un riconoscimento economico.

L’idea, sulla carta, è semplice: alleggerire il sistema di accoglienza incentivando soluzioni volontarie. Nella pratica, però, la figura dell’avvocato rischia di trasformarsi in qualcosa di più ambiguo. Un tempo c’era il legale che spiegava tutte le opzioni al proprio assistito; oggi potrebbe esserci quello che, tra una consulenza e l’altra, suggerisce con garbo: “Ha mai considerato un rientro sereno e… leggermente incentivato?”

La stranezza del provvedimento sta tutta in questo cortocircuito. Non è tanto l’incentivo in sé – ormai siamo abituati a bonus, premi e facilitazioni di ogni tipo – ma il fatto che venga inserito in una relazione che dovrebbe essere, per definizione, disinteressata. È un po’ come se il medico ricevesse un premio per convincere il paziente a scegliere una certa terapia. Tutto perfettamente legale, per carità. Ma l’effetto collaterale, più che clinico, è etico.

Naturalmente, tutto avviene nel pieno rispetto della libertà di scelta del migrante. Nessuna pressione, ci mancherebbe. Solo un piccolo dettaglio: qualcuno, da qualche parte, riceve un compenso se quella scelta va in una direzione piuttosto che in un’altra. Un po’ come consigliare un ristorante sapendo già che il dessert lo paga il proprietario.

I sostenitori della misura parlano di pragmatismo. Dicono che il sistema ha bisogno di soluzioni rapide, sostenibili, e magari anche meno costose. E in effetti, quale modo migliore di ridurre le lungaggini burocratiche se non affidandosi a professionisti che conoscono già le pieghe della legge… e ora anche quelle degli incentivi?

I critici, invece, sollevano qualche sopracciglio (e anche entrambi, volendo). Temono che il confine tra consulenza e persuasione possa diventare piuttosto sottile. Perché un conto è informare, un altro è indirizzare. E quando entra in gioco un compenso, anche il consiglio più neutrale potrebbe assumere un retrogusto leggermente… interessato.

In tutto questo, resta una domanda sospesa: l’avvocato resta un difensore o diventa, almeno in parte, un mediatore di convenienze? La risposta, probabilmente, dipenderà da come verrà applicata la misura e da quanto si riuscirà a mantenere quell’equilibrio delicato tra etica professionale e nuove opportunità.

Nel frattempo, possiamo solo immaginare il futuro: studi legali con brochure dal titolo “Ritorno a casa: guida pratica e vantaggiosa”, magari con un piccolo asterisco in fondo alla pagina. Perché, come sempre, è nei dettagli che si nasconde la parte più interessante della storia.

E così, mentre il dibattito continua, resta quella sensazione difficile da ignorare: che più che a una riforma, si stia assistendo a un curioso esperimento. Uno di quelli che, raccontati a voce, suonano quasi come una battuta. Solo che, questa volta, è tutto vero.

 

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